La grammatica notturna di chi sa aspettare l'alba

Passo lungo, proiezione a cinque anni, obiettivo geometrico. Hanno provato a convincerci che "esistere" significhi calcolare la traiettoria perfetta, misurare le distanze con il metro dell'efficienza e pretendere di sapere esattamente quale curva della strada ci riservi il domani. Architetti di un futuro che non esiste ancora, geometri del controllo, accumulatori seriali di certezze da esibire come trofei. Fermarsi è una colpa, non avere una mappa dettagliata, il primo sintomo di un fallimento. Ma la verità si nasconde sempre nelle crepe. Ci sono stagioni della vita in cui la nebbia è semplicemente troppo fitta per fare progetti. Mesi, o forse anni, in cui il futuro smette di essere un orizzonte chiaro verso cui correre a braccia aperte e si trasforma, invece, in un muro di buio denso, verticale, che toglie l'aria e il respiro, un groviglio di vicoli ciechi, angoli scuri in cui perdersi sembra l'unica possibilità.
Qui, tra le pietre umide e laviche di una città che si specchia nell'acqua ferma e si nutre delle proprie stesse ombre, "respiro dopo respiro" diventa il solo modo di stare al mondo, una necessità assoluta di sopravvivenza emotiva, l'unica grammatica possibile capace di farti attraversare il buio profondo, stringendo i denti nei pochi metri che ti separano dal mattino. Arte sottile e disperata di galleggiare sul tempo, con un'unica ostinata certezza incisa sulla pelle: superare la notte, ad ogni costo, "primma che schiari juorno".
Fabio Amazzini
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