Un tempo sospeso

La memoria non bussa più alla porta dei sensi quando il corpo cambia i confini. Scava gallerie segrete sotto la pelle, dove l'assenza si trasforma in un abbraccio che trattiene l'invisibile, lasciando trapelare una quieta forma di eternità.
Non serve l'odore del pane per sapere che l'alba ha un suo peso specifico; basta il battito antico di un ricordo che si ostina a respirare nei fori ciechi dell'aria, lì dove il respiro si fa scarno e impara a riempire il vuoto con la forza di ciò che è stato sottratto, come un alfabeto muto che la mente impara a decifrare a memoria.
È una geografia interiore che si nutre di fantasmi luminosi: finestre accese nel buio che tracciano confini inviolabili contro il male del mondo, richiami sospesi come ancore nel vuoto e silenzi più densi di qualsiasi parola detta. Sentieri percorsi mille volte nel buio.
La pioggia s'incurva sull'asfalto e spazza via ogni cosa: scioglie i contorni del tempo e fa riaffiorare melodie scritte su uno spartito senza righi né spazi.
È allora che l'origine smette di essere catena e diventa radice, l'unico contrappeso invisibile che impedisce di dissolversi quando il vento comincia a soffiare sul serio, ricordandoci che persino la perdita, quando è abitata così profondamente, diventa eterna presenza.
Fabio Amazzini